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Wearable Data: quando l’abito raccoglie dati e la legge non lo sa ancora

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Smartwatch, tessuti intelligenti, gioielli connessi. Ogni capo che indossiamo potrebbe trasformarsi in un sensore. Ma chi possiede davvero le informazioni che il nostro corpo produce?

Esiste un momento preciso in cui la moda ha smesso di essere soltanto estetica e ha cominciato a diventare infrastruttura di raccolta dati. Quel momento non è avvenuto con un annuncio ufficiale, né con una sfilata memorabile. È scivolato dentro le nostre vite attraverso un cinturino, uno smartwatch, un anello sottile indossato al dito come se fosse un gioiello qualunque. Oggi esistono indumenti con sensori biometrici integrati nei tessuti, scarpe che mappano la distribuzione del peso corporeo, occhiali che registrano il campo visivo, borse dotate di chip NFC. La moda tecnologica, chiamata comunemente wearable technology, non è più fantascienza: è già nei nostri cassetti, sui nostri polsi, intorno ai nostri colli.

Il problema non è l’esistenza di questi oggetti. Il problema è che producono dati ogni secondo e che la legge, nella maggior parte dei casi, non è ancora pronta a gestirli. I dati biometrici sono considerati, a livello europeo, una categoria speciale di dati personali. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, il GDPR, li include esplicitamente tra le informazioni che richiedono un trattamento rafforzato. Eppure, nella pratica quotidiana, chi acquista un braccialetto fitness o una giacca con sensori integrati raramente legge l’informativa sulla privacy, difficilmente comprende dove vengono inviati i propri dati fisiologici, quasi mai sa per quanto tempo vengono conservati o a chi possono essere ceduti.

La questione si articola su più livelli. Il primo è tecnico: i wearable device raccolgono informazioni che vanno ben oltre il numero di passi giornalieri. Frequenza cardiaca, variabilità del battito, temperatura cutanea, livello di ossigenazione del sangue, pattern del sonno, risposta galvanica della pelle che rivela stati emotivi. Questi dati, aggregati nel tempo, costruiscono un profilo fisiologico e comportamentale estremamente dettagliato. Un profilo che potrebbe interessare non soltanto a chi lo produce, ma anche ad assicurazioni, datori di lavoro, inserzionisti pubblicitari, istituti di credito. Il secondo livello è giuridico: la normativa attuale presenta lacune significative proprio nel momento in cui la frontiera tra indumento e dispositivo medico si fa sempre più sfumata.

In Europa, il GDPR esiste dal 2018 e rappresenta il riferimento più avanzato al mondo in materia di protezione dei dati personali. Eppure non è stato progettato pensando a un maglione che misura il battito cardiaco o a una collana che registra la voce ambientale. Il regolamento si applica certamente anche a questi dispositivi, ma l’interpretazione pratica lascia margini di ambiguità. Chi è il titolare del trattamento quando un indumento intelligente è prodotto da un’azienda di moda, il sistema software è gestito da una terza parte tecnologica, e i dati vengono archiviati su server in un paese terzo? La catena di responsabilità si allunga e si opacizza. Il consumatore, al centro di tutto questo, spesso non ha strumenti reali per esercitare i propri diritti.

Un capitolo a parte merita il dibattito attorno ai Medical Device Regulations europei, i cosiddetti MDR. Quando un dispositivo indossabile, che formalmente rientra nella categoria moda o lifestyle, inizia a svolgere funzioni diagnostiche, come monitorare la glicemia o rilevare aritmie cardiache, dovrebbe essere soggetto a una regolamentazione molto più stringente. Nella realtà del mercato, questa classificazione non avviene sempre con la necessaria chiarezza. Esistono prodotti venduti come accessori di stile che tecnicamente eseguono misurazioni clinicamente rilevanti, senza avere la certificazione medica che una tale funzione richiederebbe. Questo non è solo un problema burocratico: è una questione di sicurezza e di responsabilità.

Il mercato globale del wearable è in crescita costante. Secondo le principali analisi di settore, entro il 2028 si prevede che superi i 180 miliardi di dollari di valore complessivo. Le grandi maison di moda si stanno avvicinando a questo territorio con interesse crescente. Alcuni brand del lusso hanno già lanciato collaborazioni con aziende tecnologiche per creare gioielli connessi o accessori sensoriali. Il confine tra alta moda e hardware si assottiglia stagione dopo stagione. E con esso si assottiglia anche la consapevolezza del consumatore, che spesso non sa distinguere un oggetto del desiderio da un dispositivo di raccolta dati.

Va detto con chiarezza: non tutto è allarmismo. La tecnologia indossabile può produrre vantaggi concreti e misurabili. Monitorare costantemente i parametri vitali consente di identificare anomalie precocemente, di gestire patologie croniche con maggiore precisione, di migliorare le performance sportive. Per molte persone con condizioni di salute specifiche, questi dispositivi rappresentano uno strumento prezioso. Il punto non è demonizzare la tecnologia, ma pretendere che la sua diffusione sia accompagnata da una governance dei dati trasparente, comprensibile e applicabile. Pretendere, cioè, che chi produce questi oggetti si assuma una responsabilità reale nei confronti di chi li indossa.

In questo scenario, il ruolo del design responsabile diventa centrale. Sempre più designer e brand stanno iniziando a fare propri i principi del cosiddetto privacy by design, ovvero l’integrazione della protezione dei dati fin dalla fase progettuale del prodotto. Questo approccio non è ancora la norma, ma rappresenta la direzione verso cui il settore dovrà muoversi se vuole mantenere la fiducia dei propri consumatori. Un abito che raccoglie dati ha il dovere etico, prima ancora che legale, di farlo nel modo più rispettoso possibile. Di raccogliere solo ciò che è strettamente necessario. Di rendere l’utente consapevole in modo semplice, non nascosto in cinquantadue pagine di termini e condizioni.

L’Italia, come il resto dell’Unione Europea, si trova in una fase di transizione normativa che riguarda più ambiti contemporaneamente. L’AI Act europeo, entrato progressivamente in vigore dal 2024, introduce nuovi obblighi per i sistemi di intelligenza artificiale, inclusi quelli integrati in dispositivi indossabili. Il Data Act, anch’esso di derivazione europea, affronta la questione di chi ha il diritto di accedere ai dati generati dai dispositivi connessi. Queste normative, sovrapposte al GDPR, stanno costruendo un quadro più articolato. Ma la velocità con cui il mercato si muove continua a superare quella con cui il legislatore riesce a rispondere.

Cosa può fare, concretamente, il consumatore oggi? Prima di tutto, informarsi prima di acquistare. Leggere, anche sommariamente, la politica sulla privacy del prodotto. Verificare se il brand consente di disattivare la raccolta dati o di richiederne la cancellazione. Preferire aziende che comunicano in modo trasparente le proprie pratiche di gestione delle informazioni. Usare i diritti garantiti dal GDPR: il diritto di accesso ai propri dati, il diritto alla rettifica, il diritto alla cancellazione, il diritto alla portabilità. Sono strumenti reali, spesso ignorati per mancanza di informazione. Conoscerli è già un atto di tutela personale.

Il futuro della moda sarà sempre più connesso. I tessuti conduttivi, le fibre ottiche integrate nei filati, i sensori stampati direttamente sui tessuti attraverso processi di manifattura additiva: queste tecnologie sono già in fase di sviluppo avanzato e troveranno applicazione commerciale nei prossimi anni. Con esse arriveranno opportunità straordinarie e responsabilità altrettanto grandi. La moda ha sempre avuto il potere di raccontare chi siamo. Ora, attraverso i dati, rischia di raccontarlo anche a chi non avremmo mai scelto di invitare nella nostra storia. La consapevolezza digitale non è più una competenza riservata agli esperti di tecnologia: è diventata parte integrante di ciò che significa, oggi, vestirsi.

In redazione ci chiediamo spesso dove finisce la moda e dove inizia qualcos’altro. Con i wearable quella linea non è più solo sfumata: è diventata invisibile. E le cose invisibili, si sa, sono quelle che più facilmente ci sfuggono di mano. Indossare con consapevolezza è il nuovo atto politico. Non perché la tecnologia sia il nemico, ma perché il corpo resta il territorio più privato che abbiamo. E dovremmo decidere noi, con piena libertà, chi è autorizzato a leggerlo.


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