
Esistono tante forme di violenza e il 25 novembre non è semplicemente una data annotata sul calendario, ma una giornata in cui ricordare le vittime di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica.
- La scelta della data
- I dati della violenza di genere
- L’intervista ai due autori
- In conclusione: niente scuse
La scelta della data
La giornata è stata scelta in ricordo de “Las Mariposas”, le sorelle Mirabal uccise il 25 novembre del 1960 dal regime dittatoriale di Ravello Trujillo nella Repubblica Dominicana.
Nel 1993 L’ONU ha adottato la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne e il 17 dicembre del 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha designato ufficialmente il 25 novembre come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
I dati della violenza di genere
Una donna su tre in tutto il mondo subisce violenza almeno una volta nella vita e secondo l’Istat in Italia muoiono quasi tre donne a settimana per mano di uomini che avevano detto di amarle, in una sorta di “normalizzazione della violenza” dopo segnali di allarme a cui non sempre si aveva prestato attenzione e dopo denunce a volte non ascoltate.
Abbiamo incontrato la scrittrice e giornalista Paola Trinca Tornidor e il dottor Franco Sirianni, psicologo e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, autori del libro L’AMORE. Perché nasce, perché vive, perché muore (Amazon ed. con prefazione di Francesco Alberoni, disponibile in lingua italiana e inglese).
Di seguito l’intervista ai due autori.
Paola, nel libro analizzate le varie forme di amore: ce ne può parlare?
P.T.T.: Il libro è incentrato sull’innamoramento e la sua possibile evoluzione o involuzione. Ci soffermiamo soprattutto sulla seconda fase, quella dell’amore.
La parola ‘amore’ ha un significato molto ampio. Non soltanto attrazione ed eros, ma anche affetto, complicità, vicinanza emotiva, empatia, intimità, intesa, confidenza…. Nel nostro libro tutte queste variabili sono descritte e approfondite. Parliamo di ‘pilastri affettivi’, ossia di componenti importanti che determinano l’evoluzione del rapporto dalla fase iniziale dell’innamoramento a quella dell’Amore. Il nostro libro vuole essere un ‘manuale’ che – grazie alle testimonianze reali e alle diagnosi psicologiche – può essere d’aiuto nel comprendere le complesse dinamiche amorose.
Utile soprattutto per i ragazzi, per una sana “educazione affettiva”, troppo spesso assente nelle scuole.
I media ci mostrano tante ‘tragedie amorose’. Ma perché le donne sono attratte da soggetti disfunzionali? Perché si sviluppano le dipendenze affettive?
P.T.T.: nel libro c’è un capitolo che parla diffusamente dell’attrazione prettamente femminile verso i soggetti negativi. Con ironia li ho chiamati ‘bastardi, belli e dannati’ (non me ne vogliano i lettori uomini). Il motivo è in primo luogo la loro capacità di seduzione. Sono spesso dei calcolatori, che sanno come conquistare una donna, si presentano come uomini prestanti, di bell’aspetto, forti e decisi. Tutte caratteristiche che affascinano le donne. Ma spesso dietro questi soggetti si cela la componente narcisistica che, se non smascherata precocemente, può condurre a una dipendenza affettiva. Nel nostro libro spieghiamo le possibili categorie di dipendenze patologiche: la dipendenza affettivo-ossessiva, quella cioè di chi non accetta di essere lasciato dal partner; la dipendenza dalla relazione, ossia quella di persone non più innamorate ma incapaci di rinunciare alla relazione per abitudine o pigrizia. La dipendenza affettivo-narcisista che vuole sedurre e manipolare il partner; la dipendenza romantica di chi ha molti partner ma non si impegna profondamente con nessuno; e infine la dipendenza affettivo-ambivalente di chi sfugge un rapporto serio. Tutti questi casi nel volume sono corredati da ‘storie’, racconti reali di persone che hanno vissuto queste situazioni.
Vorrei precisare che le dipendenze affettive sono qualcosa di negativo da non sottovalutare, e lo dico alle donne, perché possono portare a relazioni complicate, malate, addirittura violente.
Quando si parla di violenza, non ci riferiamo soltanto ai femminicidi…
P.T.T.: il femminicidio è solo la forma più eclatante. Ma esistono tantissimi tipi di violenza perpetrati da uomini sulle donne: quella economica, del maschio che non consente autonomia alla compagna privandola delle risorse economiche; quella sociale, di chi discrimina o mette in cattiva luce le donne in pubblico; quella nei luoghi di lavoro, dove l’uomo arriva a pretendere attenzioni sessuali; quella nelle scuole, dove i docenti credono di ‘educare’ le giovani studentesse. Ma forse quella più temibile è quella psicologica di chi impone, mortifica, terrorizza, obbliga a fare qualcosa. Quella di chi subdolamente manipola e induce la compagna a compiere atti costrittivi.
Come possiamo riconoscere la manipolazione?
P.T.T.: una bella domanda… rispondo da donna: sentendoci e interrogandoci sui nostri veri desideri e aspettative. Una relazione per funzionare dovrebbe essere fra due persone che si pongono sullo stesso piano, si stimano, si rispettano. Se uno dei due prevarica sull’altro, allora si creano dinamiche poco sane. Se un uomo ci impone di assumere determinati atteggiamenti o comportamenti che non ci piacciono e non sentiamo ‘nostri’, ci mettono a disagio, ci mortificano, allora questa è una manipolazione. Facciamo attenzione anche ai soggetti narcisisti: sono scarsamente empatici e sensibili, hanno la tendenza a non lasciarsi andare e a non innamorarsi. Sono autocentrati, egoisti, hanno un Io ipertrofico. Ma spesso sono affascinanti, appaiono sicuri di sé e persone di successo. Sanno ammaliare una donna. Ma non dimentichiamolo mai: non potremo mai cambiare questi soggetti. Noi donne abbiamo frequentemente questa presunzione di poter cambiare il partner: è l’errore più comune nel quale possiamo incorrere.
Normalizzazione della violenza
Stiamo assistendo a una normalizzazione della violenza: se una parte delle persone si indigna di fronte a fatti efferati, a cui assistiamo quotidianamente, un’altra parte sembra ormai anestetizzata alle notizie.
È giusto reagire a quanto accade intorno a noi e come?
F.S.: tutti siamo coinvolti, dobbiamo sviluppare una cultura del rispetto e del consenso. Nessuno di noi sfugge a questo coinvolgimento.
Le agenzie educative sono 3: famiglia, scuola, branco.
I nostri genitori a vent’anni, si consideravano già adulti e pensavano di avere una direzione chiara nella vita, giusta o sbagliata che fosse.
Oggi la famiglia può esercitare l’azione educativa fino ai 13-14 anni dei figli. Dopo questa fascia di età i preadolescenti non sono più disponibili a recepire i consigli dei genitori e, paradossalmente, la scuola appare sempre più delegittimata dai genitori stessi – che arrivano a minacciare e aggredire gli insegnanti. In questo contesto, il branco, inteso come il gruppo dei pari, è molto più forte: riesce a soddisfare il bisogno di omologazione del singolo, attuando di fatto l’annullamento della personalità e dell’autonomia di pensiero e di azione del singolo, finendo con l’identificarsi con il branco stesso.
A proposito di branco, il dibattito del 25 novembre ruota non tanto intorno alla questione su come possiamo proteggere le nostre figlie quanto sul tema dell’educazione dei figli maschi. Dott. Sirianni qual è il suo punto di vista da psicologo?
F.S.: si parla molto di formare ed educare all’affettività. Dobbiamo farlo iniziando dalla scuola dell’infanzia, in quanto, in quella fascia di età, si sviluppano le basi delle relazioni sociali, sottolineando che i frutti si vedranno negli anni dell’adolescenza. Dobbiamo altresì occuparci di chi ha ora 20 – 30 anni e questo è un problema che va affrontato subito e con urgenza per evitare che accadano fatti delittuosi di cui le cronache riferiscono ogni giorno.
Il problema, ad esempio, può nascere da molto lontano: il modello di attaccamento verso la mamma viene sviluppato intorno ai 3 – 4 anni. Se il bambino si sente accudito, sviluppa un modello di attaccamento sicuro; viceversa crescerà ansioso e insicuro e sarà portato, in età adulta, a sviluppare un rapporto patologico con il/la partner: “la mamma non si é presa cura di me come avrei desiderato, ma la ‘mia’ donna dovrà essere sempre “disponibile” secondo i miei “bisogni”. Non permetterà ad esempio al partner di lasciarlo, riaprendo la ferita narcisistica. La consapevolezza di questo problema, fa sì che il soggetto chieda l’intervento di uno specialista in grado di aiutarlo.
Anche in ambito lavorativo, dopo il covid, il mondo del lavoro è molto cambiato ma non è cambiata la mentalità.
Grazie a Paola Trinca Tornidor e al Dott. Franco Sirianni per questa intervista.

In conclusione: niente scuse
La violenza di genere non è solo un numero in una statistica, ma un processo che affonda le sue radici in stereotipi, silenzi e isolamento. Non è un singolo evento ma il volto, il corpo e la storia di una persona che non sarà più la stessa. Per riconoscere e contrastare la violenza in tutte le sue forme dobbiamo sviluppare una cultura del rispetto e del consenso. Dobbiamo essere consapevoli e non dimenticare che esiste una responsabilità collettiva, che ogni volta che minimizziamo o neghiamo i segnali diventiamo complici che, in silenzio, normalizzano la violenza stessa.
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