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Bodyshaming nella moda 2026: cosa dicono davvero i dati

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C’è un momento preciso in cui ti rendi conto che qualcosa non torna. È quando scorri il feed di una sfilata dell’autunno/inverno 2026-27 e ti accorgi che sulle passerelle di Parigi, Milano, New York e Londra si è tornati a un certo tipo di corpo — sottile, affilato, controllato — mentre solo tre anni fa gli stessi brand pubblicavano campagne con slogan sull’accettazione e sulle taglie “per tutte”. Non è una percezione soggettiva, non è nostalgia di un’era body positive che forse non è mai esistita davvero. È una tendenza misurabile, con numeri dietro, e merita di essere chiamata con il suo nome: bodyshaming istituzionale, quello silenzioso, quello che non urla insulti ma esclude, semplicemente. Quello che decide chi può stare in una vetrina e chi no.

Il punto di partenza è questo: per circa un decennio, il movimento body positive ha fatto breccia nell’industria della moda con una forza che sembrava inarrestabile. Brand come Savage X Fenty di Rihanna, Aerie e ThirdLove hanno costruito intere identità aziendali attorno alla rappresentazione di corpi diversi, e il mercato ha risposto in modo entusiasta. Fenty Beauty, per fare un esempio concreto, ha incassato 100 milioni di dollari nei primi quaranta giorni dal lancio proprio perché aveva capito che le persone vogliono vedersi riflesse in ciò che comprano. I brand che danno priorità all’inclusività non solo prendono una posizione su un tema sociale rilevante, ma aprono anche le porte a ricavi significativi. Tutto sembrava andare nella giusta direzione. Poi qualcosa è cambiato — o forse, più onestamente, si è rivelato per quello che era sempre stato.

Perché la verità è che la rappresentazione dei corpi nella moda non è mai stata davvero rivoluzionata in modo strutturale. Era stata aggiornata, come si aggiorna un’app, giusto il tempo necessario per intercettare una domanda crescente senza ripensare davvero i processi. Molte delle campagne incentrate sulla body positivity rispecchiavano scelte relative alle stagioni passate, e la sensazione di ipocrisia rispetto alle cause di inclusività è sempre stata palpabile: era un bisogno avvertito nella società per cui non ci si poteva non adattare, ma si è evidentemente trattato di un fenomeno passeggero. Detto da chi lavora dentro il sistema, fa ancora più effetto. Ed è esattamente quello che i dati stanno confermando adesso.

Un’analisi della primavera estate 2025 su migliaia di look nelle quattro capitali della moda ha rilevato una netta prevalenza di taglie “straight size”, e secondo alcuni report la presenza di modelle fuori dagli standard è diminuita sensibilmente negli ultimi anni. Le collezioni autunno/inverno 2026-27 mostrano una tendenza preoccupante: il corpo magrissimo è tornato ad essere uno status symbol, una scelta estetica che si intreccia con dinamiche economiche e persino mediche. Il rischio culturale è chiaro: la magrezza smette di essere un caso della natura e diventa un servizio a pagamento, una forma di membership per chi può sostenerla economicamente, specialmente in un contesto in cui farmaci dimagranti come Ozempic e Wegovy sono sempre più associati a un certo tipo di corpo “desiderabile”. Stiamo parlando di una violenza estetica a tutti gli effetti, solo travestita da tendenza.

Nel frattempo, nella vita reale — quella che non si svolge sulle passerelle — le conseguenze del bodyshaming continuano a essere devastanti e documentate. Le statistiche indicano che, all’interno della popolazione adulta, è colpita da bodyshaming una donna su due. Tra gli adolescenti, invece, sono vittime il 94% delle ragazze e il 65% dei ragazzi. Questi non sono numeri astratti. Sono corpi reali, persone reali che crescono con la convinzione di essere “troppo” qualcosa — troppo grasse, troppo alte, troppo piatte, troppo diverse da quel modello irraggiungibile che certa moda continua a riproporre come aspirazione. Trasversale a tutte le vittime di questa forma di discriminazione è un forte vissuto di vergogna, bassa autostima e rabbia, sentimenti che nascono dall’auto-valutazione di un fallimento personale rispetto a standard dettati dalla società e dai media. E quando l’industria della moda torna a stringere il cerchio dei corpi accettabili, quei sentimenti si moltiplicano.

C’è poi la questione del tokenismo, quella pratica sottile e irritante di inserire una modella curvy, una modella over 50 o una modella con disabilità in una campagna pubblicitaria come se bastasse per definirsi un brand inclusivo. Le realtà che stanno davvero facendo la differenza, invece, sono quelle che hanno scelto un approccio radicalmente diverso: Chromat, per esempio, progetta ogni singolo capo partendo da una gamma amplissima di corpi reali, senza scalare misure da un template standard. Universal Standard ha costruito il proprio intero catalogo su taglie dalla 00 alla 40, con la stessa qualità e gli stessi design per tutte. Sono esempi che dimostrano come l’inclusività autentica non sia un esercizio di stile ma una scelta progettuale precisa. Mentre molti brand stanno espandendo le loro gamme di taglie, spesso l’offerta per le taglie più grandi rimane limitata in termini di stile e disponibilità, e il confronto con chi invece lo fa bene rende ancora più evidente quanto margine di miglioramento esista.

Questo scollamento tra immagine e sostanza è forse la forma più moderna e insidiosa di discriminazione corporea nel fashion system. Il 30% dei consumatori ritiene che i messaggi inclusivi siano solo una strategia comunicativa senza risvolti pratici. Manca l’inclusione quando si entra nei negozi e si cercano i prodotti. Non è cinismo, è esperienza. È la sensazione di chi si è emozionata vedendo una campagna con un corpo simile al suo, è entrata in negozio con entusiasmo, e ha trovato la sua taglia disponibile solo in due modelli di base, magari in colori spenti, come se il corpo curvy non meritasse di stare nella collezione principale. Le eccezioni virtuose esistono e vanno celebrate: Aerie ha dimostrato che eliminare il ritocco fotografico dalle campagne non solo è possibile, ma premia — le loro vendite sono cresciute in modo costante da quando hanno adottato questa politica, diventando un punto di riferimento per tutto il settore.

E poi c’è il capitolo dei social media, che merita una riflessione a parte. Se da un lato TikTok e Instagram hanno dato voce e visibilità straordinaria a creator con corpi diversi — con profili come quello di Remi Bader o Tess Holliday che hanno costruito community milionarie attorno all’accettazione corporea — dall’altro gli stessi algoritmi continuano a promuovere determinati standard estetici con una coerenza implacabile. Le challenge di dimagrimento, i prima-e-dopo, i video che mostrano “trasformazioni” come fossero successi personali da celebrare — tutto questo convive con gli hashtag body positive, creando un rumore di fondo confuso e contraddittorio in cui soprattutto le persone giovani faticano a orientarsi. Il problema non è la libertà di condividere il proprio percorso, sia chiaro. Il problema è quando la cultura del corpo perfetto viene presentata come ispirazione invece che come pressione.

Vale la pena chiedersi anche a chi conviene tutto questo. Perché il bodyshaming non è solo un problema culturale: è un sistema economico. Quando il mercato rallenta, il sex appeal diventa strumento di vendita: non è più soltanto estetica, ma scelta strategica, spesso esclusiva per chi rientra in certi parametri fisici. Eppure i numeri raccontano qualcosa di molto diverso: il segmento plus size rappresenta un mercato in espansione che, secondo le ultime ricerche di Allied Market Research, supererà i 700 miliardi di dollari entro il 2030. I brand che lo hanno capito per primi — come ELOQUII, che ha portato la moda plus size a un livello di design e qualità prima riservato alle taglie standard, o come la linea Paloma Elsesser per Wolford — stanno raccogliendo risultati concreti. La moda non è neutra: le sue scelte comunicano valore e privilegi. E quando decide di comunicare che certi corpi sono più desiderabili di altri, lo fa con la potenza di un megafono globale.

La cosa che dà speranza — e bisogna dirlo con la stessa forza con cui si denunciano le contraddizioni — è che le soluzioni non sono fantascienza. Esistono designer indipendenti e realtà più piccole che hanno fatto dell’inclusività autentica il loro punto di forza strutturale: Sinéad O’Dwyer costruisce abiti scultorei pensati esplicitamente per corpi curvy, trattandoli come punto di partenza creativo e non come variabile da gestire. Collina Strada integra casting radicalmente diversi in ogni sfilata come scelta estetica coerente con la propria visione del mondo. Sono nomi che dimostrano che quando la diversità corporea diventa un valore reale e non uno strumento di comunicazione, il risultato è moda migliore, più interessante, più umana.

Quello che serve, non è un’altra campagna con una modella curvy come ospite speciale. Non è un altro hashtag, non è un’altra dichiarazione di intenti in un comunicato stampa. Quello che serve è che l’intero sistema impari da chi lo sta già facendo bene: riprogettare dall’interno, investire nel casting come atto creativo, trattare tutte le taglie con la stessa cura stilistica, smettere di considerare l’inclusività come un costo aggiuntivo e iniziare a vederla per quello che è — un’opportunità, un imperativo etico e, dati alla mano, un mercato enorme ancora largamente inesplorato. Perché finché la risposta alle statistiche sarà un’altra campagna stagionale, il sistema resterà esattamente quello che è: un sistema che decide chi merita di essere visto. E questo non è abbastanza.

Su Glam Aura Magazine crediamo che la moda sia cultura, e che la cultura abbia una responsabilità. Raccontare il bodyshaming non è solo un atto giornalistico: è un atto politico, estetico, necessario. Perché dove l’informazione diventa visione, nessun corpo resta invisibile.


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